Che cos’è il disturbo
Il disturbo di depersonalizzazione fa parte dei disturbi dissociativi e si manifesta come l’esperienza persistente e ricorrente di sentirsi distaccato dal proprio corpo e di vedersi “dal di fuori”. La persona, infatti, riferisce di sentirsi spesso come un osservatore esterno del proprio comportamento o del proprio corpo o dei propri pensieri (DSM-IV, APA 1994). La persona, tuttavia, durante l’esperienza di depersonalizzazione è cosciente e consapevole di quello che accade intorno a sé ed ha chiara consapevolezza del proprio stato. L’esperienza di depersonalizzazione causa disagio marcato nella persona perché non le consente di avere un normale funzionamento sul piano delle relazioni interpersonali, familiari e nel lavoro (DSM-IV, APA 1994). Il nucleo del disturbo è la presenza di un fenomeno cognitivo di tipo dissociativo in reazione a eventi stressanti. In questo disturbo lo stato di dissociazione prende il nome di depersonalizzazione. In questo stato della coscienza, la persona percepisce in modo consapevole di essere entrata in uno stato di “appannamento del senso di sé”, e può riferire di sentirsi come in un “sogno”, oppure “come un automa”. La depersonalizzazione, inoltre, è percepita come un problema e provoca sofferenza (si dice che la dissociazione in questo caso è egodistonica) poiché la persona può sentirsi del tutto distaccata dal mondo, come se non avesse identità e può avere la sensazione di “non esistere”. Le esperienze di depersonalizzazione sono comuni nella popolazione generale. In questo disturbo, tuttavia, la persona avverte questo stato di depersonalizzazione in modo molto frequente, spesso costante e cronico. Infine, alcune persone che sviluppano il disturbo possono adattarsi ai vissuti di depersonalizzazione o imparare a bloccarne gli effetti, altri, invece, sviluppano problemi d’ansia secondari perché hanno paura di impazzire, oppure rimuginano sugli effetti che questo stato provoca sulla loro vita.

Come nasce

La Depersonalizzazioneè un sintomo psichiatrico molto frequente e si stima che nella popolazione generale la sua frequenza sia intorno al 26% e, in particolare, del 31%-66% dopo un evento traumatico. Come disturbo a sé stante, invece, la depersonalizzazione non è stata studiata approfonditamente e l’incidenza è sconosciuta mentre l’eziologia non è chiara. Singole esperienze di depersonalizzazione, quindi, si verificano spesso nel corso di una situazione di rischio potenzialmente letale, come incidenti, aggressioni, malattie e lesioni gravi. Per quanto riguarda il disturbo, invece, alcune ipotesi propendono per un’eziologia più relazionale in cui, come per tutti i disturbi dissociativi, il disturbo di depersonalizzazione segue ad esperienze traumatiche molto gravi o ripetute (fattori di rischio esterni) come esperienze d’abuso, di aggressioni, di lutti, abbandono, soprattutto se precoci. Con questi fattori ambientali, inoltre, interagirebbero i fattori di vulnerabilità personale (fattori di rischio interni) costituiti da: il livello di stress che la persona percepisce a seguito delle esperienze traumatiche subite e dalla presenza di alcune caratteristiche di personalità come la tendenza a usare delle difese psicologiche immature di fronte ad un evento stressante. Altri ricercatori (Sierra e Berrios, 1998) hanno individuato il correlato neurale di questa dissociazione tra esperienza corporea ed esperienza cosciente.

Quali sono le conseguenze

Il disturbo causa disagio e sofferenza nella persona che percepisce il suo stato come anormale. Questo forte stato di preoccupazione per gli episodi di depersonalizzazione provocano in alcune persone l’innescarsi di un problema secondario di attacchi di panico. Non è raro, infatti, che dopo i primi episodi, al comparire delle prime sensazioni di depersonalizzazione s’inneschi nella persona una paura così forte da provocare un attacco di panico.

tratto da Terzo Centro – Roma